X

Le Mans ’66 – La grande sfida: la nostra recensione

Le luci verdi erano accese da diverse settimane, ma solo dopo una lunga riflessione siamo qui: “Le Mans ’66 – La grande sfida” è il film dell’anno per gli appassionati di corse e dell’automobilismo. Abbiamo voluto sviscerare nel dettaglio la storia di questa guerra tra Ford e Ferrari – anzi, la storia di Carroll Shelby e Ken Miles. Attenzione: la recensione potrebbe contenere qualche spoiler.

Ford e Ferrari? No, Shelby e Miles!

Partiamo con una premessa importantissima: prendete la Ford e la Ferrari e mettetele da parte. Lasciate libero il palco a due figure chiave, due uomini ancor prima di essere eroi: Carroll Shelby e, soprattutto lui, Ken Miles sono i veri protagonisti della nostra storia. In realtà eroi non lo sono proprio per niente, ma due stili di vita differenti con una unica passione verso il motorsport, senza troppo badare alla politica. “Ford v Ferrari” – così è il titolo originale di “Le Mans ’66 – La grande sfida” – è solo uno stratagemma per attirare gli estranei al cinema, ma la vera sostanza è il rapporto d’amicizia e di lavoro che ha legato per pochi ma lunghissimi anni i due americani. Shelby, dopo aver iniziato soffrire di problemi al cuore a tal punto di lasciare le corse da pilota, ritrova in Miles – un meccanico 40enne che, nel tempo libero, si diletta a correre in giro per gli States – quello spirito sostanzialmente racing e libertino in cui riconoscersi.

Il grande rimpianto di Miles

La storia vera di Miles si adatta benissimo al cinema: una favola sportiva (quasi) moderna che non vedrà mai il pilota statunitense ripagato completamente ma, anzi, beffato a soli pochi metri dall’arrivo – e peraltro per colpe non sue. Lo spettatore si mette nei panni del ribelle e non può non essere coinvolto emotivamente, soprattutto in un finale tragico che lascia anche cadere una lacrima al più duro cuore di pietra presente nella sala; anche per chi conosce la biografia di Miles non può sfuggire un rimpianto, quasi come se fosse suo. E sta qui la forza del film: saper trasmettere tutta la passione di Miles nelle corse, una vita semplice ma di un amore puro e pazzo per le quattro ruote che ha coinvolto anche la famiglia.

Perdonateci per tale affermazione, ma Shelby passa anche in secondo piano rispetto a Miles. Certo, un pilota costretto a scendere per sempre dalle auto da corsa è quasi una tragedia, ma il suo ruolo è quello di mettere a contatto lo spettatore con i piani alti delle Case automobilistiche e sviscerare le decisioni prese dietro le quinte. Molte volte ci siamo ritrovati irritati per le scelte di Leo Beebe, ma il bello è proprio questo: non c’è bianco o nero, ma un grigio di mille gradazioni su cui Shelby cerca di rimanere a galla.

Le interpretazioni di Shelby e Miles sono assolutamente da incorniciare: Matt Damon e Christian Bale appaiono ben affiatati assieme. Damon è solido nella sua recitazione sebbene non riesca mai ad andare oltre, mentre Bale si è incarnato perfettamente nella parte; rissoso ma intelligente, anticonformista ma attento al dettaglio. Sembra facile, ma saper delineare in queste diverse faccettature un personaggio non è cosa da poco.

Ford e Ferrari: solo un contorno alla storia

Ma Henry Ford II e Enzo Ferrari? Se li abbiamo lasciati qua in fondo non è un caso. Come già detto, “Le Mans ’66 – La grande sfida” ruota attorno a Shelby e Miles, mentre Ford e Ferrari sono solo un contorno. Da una parte c’è un colosso industriale che vuole entrare nelle corse per ringiovanirsi; dall’altro c’è la storia delle corse, una vera e propria leggenda rappresentata da una realtà piccola ma forte come una famiglia campagnola. Alla fine, come chiaro ci si aspettasse da una pellicola americana, Ford ha maggiori attenzioni e Ferrari è messa lì come gran nemico. Un peccato perché, alla fine dei conti, non è proprio così.

Immersione nel dettaglio, con qualche “ammaccatura”

Per il film si sono fatti alcuni sforzi scenografici: partendo dal circuito di Le Mans ricostruito fedelmente negli studios fino alle riprese dei momenti concitati in gara. Non è stato nulla lasciato al caso e, anzi, si è stati attenti al dettaglio. Forse la pecca si nota con alcune scene non propriamente naturali, dove le auto sembrano passeggiare lentamente mentre in altre scorrono anche troppo veloci – come alla prima curva dello stradale di Daytona.

Qualche errore e dimenticanze consapevoli

Ed ecco alcuni punti negativi, forse scontati dato che “Le Mans ’66 – La grande sfida” doveva essere romanzato per forza per essere maggiormente appetibile. Innanzitutto, l’accordo durò diverse settimane e fu una delegazione di uomini Ford guidata da Don Frey, Senio Manager degli americani, ad arrivare a Maranello nel 1963. Ferrari, fin da subito, aveva posto la condizione di avere la gestione esclusiva del reparto corse, ma Henry Ford II cambiò le carte in tavola e il Drake, che era andato a chiedere consigli a Gianni Agnelli, rifiutò categoricamente, sottolineando proprio i passaggi incriminati; alla fine arrivò FIAT ad acquistare la Rossa, ma solamente nel 1965. Altra cosa importante per la storia sono i tentativi di Ford a Le Mans: partecipò sia nel 1964 che nel 1965 con scarso successo e spendendo milioni di dollari, mentre Ferrari centrò la tripletta – anche se nel ’65 con la NART, squadra ufficiale nordamericana, seguita da privati – e penalizzata pure dalle regole di ACO e FIA.

Dal film sembra anche che Miles non abbia mai corso in Francia: invece, lo statunitense gareggiò nel 1955 (quando era ancora britannico) e poi nel 1965 proprio con la Ford, ritirandosi per la rottura del cambio in coppia con Bruce McLaren. La GT40 venne progettata e costruita nel Regno Unito dalla Lola e solo a fine ’64 passò nelle mani di Shelby; tra l’altro era proprio lui a essere indeciso se portare Miles alla 24 Ore, quando era Ford che aveva lasciato carta bianca. Si è lasciato da parte anche il fatto che nel 1966 erano presenti sulla via di partenza di Le Mans ben 13 Ford, di cui le prime tre uniche superstiti al traguardo. Un’imprecisione riguarda anche Enzo Ferrari, che non andava mai in pista a guardare le proprie auto correre ma, piuttosto, seguiva l’evento dalla fabbrica o a casa. Nota dolente anche su come viene rappresentato Lorenzo Bandini, un vero e proprio gentleman e tutto il contrario dall’essere ostile.

“Le Mans ’66 – La grande sfida” è un gioiello del mondo delle corse

Piacevole, commovente, coinvolgente: la pellicola è un capolavoro da vedere e rivedere. Sbagliato paragonarla a “Rush” di Ron Howard: due situazioni diverse, due mondi diversi. Alla fine dei conti, “Le Mans ’66 – La grande sfida” è comunque un lavoro di grande pregio, che riporta all’attenzione il motorsport. Un bel omaggio a Miles e Shelby, oltre a un regalo di Natale per gli appassionati e anche per coloro che non conoscevano tale storia.

Luca Basso:
Articoli Correlati