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Dakar – Nani Roma: “Dopo 22 anni alla Dakar so cosa mi aspetta!”

La 40esima edizione della Dakar, che scatterà domani 6 gennaio da Lima, in Perù, vedrà al via diversi veterani e leggende. Una di queste è senza dubbio Nani Roma. Dopo un anno di pausa con Overdrive Toyota, lo spagnolo prenderà parte al famoso rally raid con X-Raid Mini, con la quale ha gareggiato tra il 2012 e il 2016, e avrà tra le mani la nuova versione della MINI All4 Racing Countryman.

Lo scorso anno concluse la Dakar al quarto posto, il miglior pilota non Peugeot. Dopo 12 mesi di allenamenti, con lunghi periodi in camera iperbarica per prepararsi alle altitudini e alle temperature estreme che lo attendono, oltre al complesso programma di prove in Marocco, Roma è più che pronto per competere al titolo nella più estenuante corsa fuori strada del mondo…

Ciao Nani, come stai?
Con il corpo sono in Spagna, ma la mia mente è a Lima. Soprattutto nelle settimane precedenti al viaggio in Sud America. Il Natale può essere un periodo impegnativo. Ogni anno sento un po’ di ansia pensando alla dimensione della gara. Dopo 22 anni alla Dakar so cosa mi aspetta!

È anche impegnativo rimanere motivati per la Dakar, anche se si svolge una volta all’anno?
Penso che nel momento in cui non sarò più motivato, smetterò di gareggiare. Ci si prepara a questo evento per mesi. Più si avvicina all’inizio più diventa difficile. C’è molta pressione. E senza motivazione, è impossibile guidare. È già abbastanza difficile svegliarsi la mattina e iniziare le tappe, per via della sfida mentale e fisica. Ho anche una motivazione diversa rispetto al primo anno in cui ho gareggiato. Allora, avevo delle aspettative, non conoscendo le tappe o cosa avrei trovato. Adesso si tratta di combattere e sfruttare la mia esperienza per vincere.

Che differenza c’è quest’anno?
Ogni Dakar è speciale, ma questa lo è ancora di più. Quando la Dakar è iniziata in Sud America nel 2009, è stata una bella sfida ed è molto bello vedere che la gara cresce. È fantastico pensare che un folle come Thierry Sabine abbia creato qualcosa che continua da 40 anni e che ha portato avanti lo spirito di avventura, cosa che molti eventi non raggiungono. Quindi solo per questo è molto bello e speciale. Ma è bello anche per una questione di rispetto: il percorso, gli organizzatori, i fan. È sempre speciale essere parte della Dakar.

Sei tornato alla MINI…
Sì, abbiamo iniziato il progetto con la Toyota, con una macchina e un team grandiosi, ma a metà anno (2017) ho iniziato a parlare con il capo del mio ex team (Sven Quandt) sulla possibilità di un ritorno. All’inizio non ero sicuro, per via del bel rapporto che avevo con Toyota. Poi il Sig. Quandt mi ha mostrato i nuovi potenziamenti e il nuovo buggy che il team stava costruendo. Con le nuove regole in arrivo, sto valutando un futuro a lungo termine. Il team di X-Raid è molto appassionato nel lavorare sodo e investire nel futuro per continuare ad avere macchine competitive. Sia che le nuove regole tenderanno verso i buggy o la categoria 4×4, so di avere scelta con X-Raid. Vorrei anche ringraziare la Toyota per tutti gli sforzi e riconoscere il duro lavoro nel tenermi nel team. Non è mai facile scegliere tra due team forti, ma alla fine ho preso una decisione in base alle mie idee per il futuro.

Cinque Rally Dakar gareggiati e uno vinto: la MINI è una macchina nuova, ma ti senti a tuo agio a guidarla, non è così?
Sì, proprio così. La macchina è stata riprogettata per rispettare le regole nuove di quest’anno. C’è una riduzione di 100 kg nel limite di peso e abbiamo anche tre centimetri in più di corsa della sospensione. I ragazzi della BMW hanno lavorato sodo sul motore e abbiamo ottimi pneumatici di BF Goodrich. Tutto il pacchetto è stato assemblato bene ed è davvero funzionale. Abbiamo fatto molta preparazione e molti test per questa edizione della Dakar. Siamo stati in Marocco per più di 20 giorni, guidando per più di 5.000 km. La Dakar è comunque la Dakar. Non si può prevedere tutto, ma tutti lavorano sodo, a partire dal capo, il Sig. Quandt, fino all’ultimo membro del team. Tutti sono pronti a lottare per la vittoria e questo dà una bella sensazione.

Pensi di poter battere le Peugeot quest’anno?
Certamente. Come ripeto sempre, l’obiettivo rimane lo stesso: voglio vincere. Ma ci sono anche altri otto piloti con lo stesso obiettivo! Spingeremo al massimo in ogni singola tappa e mi piacerebbe molto battere la Peugeot. È un team con piloti e co-piloti eccellenti, quindi ovviamente tutti vogliono batterli. Non è facile, ma siamo pronti! Penso sempre che sia importante credere di poter vincere, ancora prima dell’inizio della gara. Quest’anno partiamo con molta sicurezza. So che il team è forte, la macchina è fantastica e il mio co-pilota Alex Haro ha lavorato duramente per prepararsi. Siamo pronti a combattere.

Parlaci del percorso. Inizia a Lima e finisce in Argentina. Quali saranno le sfide maggiori?
Solitamente, alla Dakar le prime tappe sono un po’ più facili e questo aiuta a scaldarsi. Invece, quest’anno si passa subito all’azione a Lima. La partenza equivale alle tappe centrali della Dakar dell’anno scorso. Il primo chilometro della Dakar di quest’anno si svolge già sulle dune! E nei primi cinque giorni gareggeremo sulla sabbia. Non c’è tempo di scaldarsi, quindi dobbiamo stare estremamente attenti all’inizio. Dopo il Perù, attraverseremo la Bolivia, con alcune tappe lunghe ad alta quota, a più di 4.000 metri, il che è impegnativo per noi e per la macchina. Anche il meteo è molto imprevedibile in Bolivia. In zone come Belén e Fiambalá può esserci una temperatura costante superiore ai 50 °C, anche durante la notte. Quest’anno ogni tappa è difficile e dovremo essere sempre concentrati al massimo.

Parlaci del tuo allenamento: come farai a gestire i problemi di altitudine?
Mi sono allenato tanto quest’anno e sono stato anche fortunato, perché sono riuscito a non infortunarmi. A volte quando ci si allena duramente, si hanno dolori muscolari e nausea e bisogna stare fermi per una settimana. Mi sono allenato in una stanza che simula le temperature e le altitudini che troveremo lungo la Dakar. Si tratta in media di una temperatura di 40°C e un’altitudine di 5.000 metri. La continuità è la cosa più importante. Mi sono allenato tutto l’anno senza grandi interruzioni, quindi mi sento davvero bene e in forma.

Pensi mai di tornare alle due ruote per la Dakar?
Ah… A volte quando vedo i piloti alla fine delle tappe, dico al mio co-pilota Alex: “Non posso crederci di averlo fatto anch’io”. Sono orgoglioso di aver fatto la Dakar su una moto, ma non ho più la motivazione per farlo. Come ho detto prima, la Dakar consiste nel gestire i rischi. Adesso con la macchina ho la capacità di sapere dove poter spingere e assumere dei rischi e dove non farlo. Con la moto, quando spingi al massimo, i rischi sono molto maggiori. Le velocità che si raggiungono oggi, anche con moto piccole, sono folli. Mi è piaciuto molto gareggiare in moto e sono stato fortunato ad avere moto grandi e veloci e team fantastici, ma adesso sono contento di aver chiuso quel capitolo della mia carriera!

Foto e intervista: Monster Energy

Matteo Milani:
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